Mario Lavagetto

14 novembre 2013

http://www.leparoleelecose.it/?p=12842

Emmanuela Carbè

8 novembre 2013

http://quattrocentoquattro.com/2013/11/08/la-versione-di-salmone-unintervista-disegnata-sulle-peggiori-carrozze-di-trenitalia/

Francesco Pecoraro, La vita in tempo di pace, Ponte alle Grazie, ora.

2 novembre 2013

Un libro bello, intenso, importante, che non si consumerà nello spazio di pochi mesi, qui sotto la recensione di Cortellessa su Tutto libri, oggi; nel commento invece, per ragioni tecniche, il link a quella di Bajani su Repubblica:

«Non è un romanzo storico, ma la vicenda di un uomo che si guasta». Così un anno fa definiva, Francesco Pecoraro, il libro cui da molto attendeva: il suo primo romanzo. Dell’esordio tardivo, i racconti di Dove credi di andare, o del blog di Questa e altre preistorie, aveva potuto scrivere Massimo Raffaeli che erano sparati contro il presente «ad alzo zero». Era la loro forza e il loro limite. Già nelle poesie di Primordio vertebrale si era potuta intravedere una terza dimensione. Ora in copertina figura un disegno dell’autore: un paesaggio di mare visto da una prospettiva «zenitale», a piombo. E si capisce la dicotomia fra un demone della vicinanza, un’attrazione-repulsione per il mondo dei fenomeni (che detta la passione per gli elenchi, gli accumuli, i coaguli); e un’opposta ambizione di forma, ordine, distanza (che al contrario spinge all’economia, alla secchezza, all’astrazione). Non un «pathos della distanza», bensì un simmetrico piacere della lontananza: unica via di fuga dall’«inferno della vita terrestre».
Non è un caso che emblema della salvezza cercata da Ivo Brandani – quasi-settantenne ingegnere-filosofo devastato dalle illusioni perdute del Novecento – sia un aereo: il «Sacro Inarrivabile Spitfire», il caccia perfetto della Seconda Guerra un cui relitto-monumento occhieggia nella Città di Mare dei più sacri ricordi estivi. Emblema del secolo coraggioso e sanguinario che quella forma invincibile ha espresso: cui è seguito un Tempo di Pace «che non crede a niente». L’altro emblema del Tempo di Prima è l’Uomo della Guerra, colui che Ivo odia col nome di Padre: i cui lineamenti tormentosi, ogni giorno di più, spia affiorare dallo specchio. Ed è in aeroporto prima, in aereo poi, che Ivo riavvolge la pellicola della sua vita: e capisce che al suo panico non c’è rimedio perché, come aveva capito Winnicott, la catastrofe che teme è già avvenuta. Non può far altro che scavare «prima e prima», alla radice di se stesso, l’origine di quella ferita.
In questo modo, però, Pecoraro ha davvero scritto un romanzo storico: agli antipodi, s’intende, della cartapesta di consumo. Il mareggiare della sua scrittura travolgente intercetta davvero, nella filigrana delle ossessioni di un singolo, il trauma storico di quel «groviglio» che chiamiamo Italia: avvitandosi sempre più a fondo, verso il cuore di tenebra della Guerra. Si sono già fatti, per questo libro mirabile e spaventoso, i nomi di tanti possibili modelli. Ma uno solo mi appare l’etimo di questa cognizione progressiva e inesorabile (questo l’aggettivo che perseguita Ivo): l’ingegnere-filosofo che nelle trincee dell’altra Guerra si diceva «annientato» dal «pasticcio» e dal «disordine». A differenza di Gadda, però, che nel Barocco del Mondo si tuffava per meglio aderire alle cose, al pari del suo personaggio Pecoraro si ostina ad aggirarne le volute, a esecrarne lo sperpero, appunto per fuggire dalla persecuzione delle cose: così tuttavia ripiombandoci dentro, affogandoci ogni volta di più. Perché le parole hanno davvero qualcosa di inesorabile: ad esse non possiamo che arrenderci.

Davvero molto bello

13 ottobre 2013

http://www.youtube.com/watch?v=7DskjRer95s&feature=share

Alla cassa

11 ottobre 2013

Gomme, segnalibri, blocchetti, quadernetti, Moleskine, tre lettere di Wagner, la bandana di DFW, il cucchiaino da gelato di Leopardi, una lattina con un cucchiaio di minestra direttamente dalla stanza in affitto di Gadda, un pezzetto di sughero incorniciato con inciso a fuoco M.P., tre pagine di tritato di prima qualità di Montaigne, un volumetto rilegato con pagine bianche, un nastro azzurro direttamente dal Werther, una fiala di “disturbante” con mini aprifiala incorporato, un paio di infradito, un’isola tropicale in miniatura, quattro pagine di incipit, rilegate, in similpelle, un portafotografie in plexiglas con l’ingrandimento della lingua di Einstein, sostituibile con quella del caro bambino, la copertina del Tractatus in anastatica e sul retro un’unica frase: «Il mondo è tutto ciò che accade».

11 ottobre 2013

http://www.leparoleelecose.it/?p=12338

Avevo avuto la stessa impressione vedendo le ultime puntate de I bambini di  Golzow, quelle riprese che seguono la vita post riunificazione di alcuni di loro.

Variabili

6 ottobre 2013

In molti libri che leggo, o assaggio, il valore artistico è una variabile, e non tra le più importanti, anche per l’editore, che sebbene non la disprezzi, quando la riconosce, non gli basta. Questo però è un problema, soprattutto di smaltimento.

4 ottobre 2013

L’ho firmato

4 ottobre 2013

http://www.meltingpot.org/Appello-per-l-apertura-di-un-canale-umanitario-per-il.html#.Uk7ouWR5zel

Vier Letzte Lieder

3 ottobre 2013


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